Lesboroad  12 gen 2015

Siamo più realisti del re

autore: La Pulce


Circa un mese fa andai a vedere l’anteprima del film “Lei disse sì” o, almeno, ci provai! Purtroppo i posti erano terminati e, nonostante i miei tentativi deliberatamente corruttori sulla ragazza che stava alla biglietteria, non riuscì a entrare. Tirai fuori perfino il mio asso nella manica: “Sono della stampa!”, ma fu irremovibile. Davanti all’entrata la situazione era già molto chiara, si poteva ravvisare, infatti, la frangia più estremista delle lesbiche fiorentine: quella intellettuale over 30, ovvero quella per cui il matrimonio è la massima e più urgente aspirazione. Io andai con una mia vecchia amica: lei già ubriaca e con una birra in mano, io distrutta dal lavoro e intenzionata a sbronzarmi dopo il film. Dovemmo entrambe rinunciare alle nostre buone intenzioni, riproponendoci di riprovare dopo qualche giorno. Il secondo tentativo ebbe successo. La visione del film - certamente gradevole - mi servì per farmi riflettere su una cosa: il valore del matrimonio o, più precisamente, l’importanza che gli omosessuali danno oggi a questo rituale. Andiamo però con ordine e cerchiamo di definire il termine. Sbirciando sulla sacra Bibbia on line, altrimenti detta “Wikipedia”, scopro che la parola matrimonio deriva dal latino “matrimonium”, ovvero un termine composto dall’unione di due parole latine: “mater” che sta per “madre genitrice” e “munus” che invece significa “compito”, “dovere”. Ciò lascia dunque intendere che un tempo, per la precisione nel diritto romano, il “matrimonium” era un "compito della madre", serviva cioè a garantire la legittimità dei figli nati da tale unione. Su questa stessa linea, al padre spettava invece il dovere di provvedere al sostentamento della famiglia. Così è stato per secoli nel mondo, cosiddetto, “occidentale”, naturalmente con la benedizione di nostra madre Chiesa. Sotto questa egida le donne sfornavano figli e si occupavano della gestione della casa, senza troppi ringraziamenti e con molte pretese. Più precisamente, a loro spettava la cura del focolare, mentre i mariti se ne andavano a lavorare nei campi o in fabbrica. In anni particolarmente bui, costoro venivano spediti in guerra lasciando alle loro mogli tutte le responsabilità. Fu questo un primo passo verso quello che sarebbe accaduto di lì a pochi anni: per la precisione mi riferisco ai meravigliosi anni Sessanta. Dagli Stati Uniti d’America un vento di libertà iniziò a divampare un po’ ovunque, accompagnato da una favorevole ripresa economica e da nuove scoperte scientifiche che facilitarono la vita di tanti cittadini, al punto da permettere a un’intera generazione di definirsi “beat”, cioè beati - nell’accezione di J. Kerouac. Ed effettivamente “beati” quei giovani lo erano: mentre scrivo, mi vengono in mente le scene viste e riviste in tanti film documentario sul famoso concerto di Woodstock, quando centinaia di ragazzi e ragazze si rotolavano nudi nel fango sulle note di Star Spangled Banner, l’inno nazionale americano violentato magistralmente da Jimi Hendrix. Erano le prime ore del mattino e quel Festival di Pace Amore e Musica che avrebbe cambiato per sempre la storia e la cultura di intere generazioni, stava per finire. La musica contribuì innegabilmente a ridefinire gusti e costumi: dalle idee politiche all’abbigliamento. Riguardo a quest’ultimo, ad esempio, la minigonna e il bikini giunsero dai paesi anglosassoni fino all’Italia, a spese della morale cattolica. Sto banalizzando naturalmente, ma tutto ciò mi serve per dire che il ruolo della donna in quegli anni iniziò a non essere più lo stesso. Una serie di fattori resero le ragazze di allora più emarginate di quanto non fossero le loro madri, e questo cammino verso l’indipendenza è proseguito fino ai giorni nostri. C’è ancora molta strada da fare per raggiungere una piena parità di genere e, certamente, la cultura maschilista e sessista che ci viene propinata alla televisione e sui media in generale, non ci aiuta ad avanzare su questo cammino, anche se tenta astutamente di farci credere il contrario. Del potere che si esercita più efficacemente quando assume le movenze di una falsa libertà, ce ne ha però già parlato a sufficienza Michel Foucault in molti intelligentissimi trattati, perciò io mi fermo qui. A me basta poter affermare che oggi, alle soglie del 2015, molte donne preferiscono la loro carriera alla famiglia, prediligono convivere piuttosto che sposarsi e, quando lo fanno, scelgono il rito civile a quello cattolico. Giusto o sbagliato che sia, non spetta a noi dare giudizi su decisioni altrui. Ciò che dovrebbe farci riflettere è piuttosto la possibilità di scelta che finalmente noi donne abbiamo. Questo sì che merita una riflessione, anche se – d’altra parte – ogni scelta è sempre una grande conquista. Insomma mi pare piuttosto curioso che la comunità omossessuale, italiana e internazionale, che dovrebbe essere una delle forze promotrici del cambiamento - spinta anch’essa da quel vento di libertà che un tempo muoveva tanti giovani “arrabbiati” - oggi aspiri invece a rivendicazioni a dir poco anacronistiche. Io non sono necessariamente contro il matrimonio, ma mi pare assurdo pretendere di emanciparci ed essere riconosciuti in nome della “ricchezza della diversità”, aggrappandoci a un becero tradizionalismo. Sembrerebbe quasi che negli ultimi anni noi omosessuali siamo gli unici a volerci sposare, i soli che credono così tanto in questa istituzione che, di fronte a un diritto palesemente negato (e su questo siamo tutti d’accordo), frignano come dei bambini quando desiderano un giocattolo che non hanno. Siamo diventati in qualche modo “più realisti del Re” anche se, probabilmente, quando un giorno quel diritto ci sarà finalmente riconosciuto, certi entusiasmi andranno inevitabilmente scemando. Di fatto però oggi sembriamo essere più conservatori degli stessi conservatori che fingiamo di combattere, ricercando un senso di appartenenza in grado di definire noi stessi in contrapposizione a tutto ciò che è altro e diverso da noi. Alla luce di tutto questo, credo che ci manchi un po’ di lungimiranza, di astuzia, forse. Dovremmo andare oltre ciò che non abbiamo, per conquistare - piuttosto - ciò che nessuno o pochi possiedono. In quanto “minoranza” dovremmo essere un acceleratore al cambiamento, dovremmo fare la differenza e, invece, ci accontentiamo di essere uguali agli altri. A che serve la nostra “diversità” se non la usiamo per cambiare, affermaci, soprattutto, per distinguerci e rivendicare la nostra unicità? Io credo che noi, gay e lesbiche, siamo i primi a non considerare il nostro essere “diversi” come un vantaggio, una ricchezza, oserei dire, un dono che abbiamo e che pertanto dovremmo apprezzare e sfruttare, nel senso buono del termine. Lo percepiamo invece come un fardello e ne sentiamo tutto il peso sulle nostre spalle, così chiediamo agli altri ciò che dovrebbe venire da noi. Esattamente come accade nelle relazioni sentimentali, si tratta dello stesso identico errore: pretendiamo dal nostro partner amore, attenzioni e rispetto e ci arrabbiamo se non li otteniamo. C’ho messo trent’anni per capire che gli altri non possono darci un bel niente se non siamo noi, per primi, a rispettarci, a volerci bene e a prenderci cura di noi stessi. L’amore con il chiedere o il pretendere ha poco a che fare.

Lei è tornata da me nel momento in cui io ho smesso di cercarla, di rincorrerla e volerla a qualunque costo. Lei è tornata da me quando io ho iniziato ad amare me stessa.

Così quest’anno posso dire di aver passato un felice Natale. Questo è stato il mio regalo più bello, perché inaspettato.

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...commenti

  • 13 gen 2015 13:20

    autore: Eleonora

    Ciao Pulce. Ho letto con particolare interesse il tuo articolo, essendo la questione della parità dei diritti a me molto cara da sempre. Sono fermamente convinta che negando agli omosessuali il diritto di sposarsi, si ponga al centro dell'attenzione la conservazione di un ordine sociale precostituito e fondato sulla differenza tra i sessi, concepita come irrinunciabile da molti paesi, al di sopra delle libertà individuali. Per questo motivo io incoraggio una battaglia in tale direzione. Nonostante la tua analisi sia molto intelligente, coerente e perfino accattivante, trovo che ci dovrebbe essere più coesione nel mondo glbt. Sia che si enfatizzi sulla diversità come fonte di ricchezza ed unicità, sia che ci si aggrappi a questa per reclamare un principio fondamentale di uguaglianza, stiamo tutti combattendo per la stessa causa, non mettiamoci i bastoni tra le ruote.



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